Tornare da un viaggio nella morte
Non c’è poi così tanto male nel mondo, in fondo ce n’è di più. E di rimando non c’è neanche un po’ di magia, nemmeno l’ombra. Per non parlare dei misteri, quelli esistono perché siamo noi a volere che esistano, ma dopo una veloce analisi è facile accorgersi quanto tutto ciò che ci circonda sia fottutamente intellegibile, e unilaterale. Non esistono dimensioni alternative, le dimensioni alternative sono inglobate in unica dimensione da cui non c’è via d’uscita, e la pazzia non è certo la risposta, nè tanto meno la via di fuga. Ma d’altro canto continuare imperterriti a ragionare è una forma primigenia di pazzia, perché le cose accadono unidimensionalmente in un unica dimensione, e siamo noi dopo che ci ricamiamo attorno tutti gli annessi e connessi, siamo noi che le incateniamo secondo codici ben precisi di natura etica, emotiva, sentimentale, circoscrivibili a loro volta ad un unica dimensione, quella macroscopica, gigantiforme di sempre, che ingloba tutte le altre possibili. Io sono io perché ho un’identità, ma sono pazzo perché ragiono come chiunque altro, nutro all’incirca le stesse ambizioni, alimento sogni stereotipati e circoscritti; insomma, potrei essere benissimo quel bimbo in fasce, quella vecchia che cammina per strada, quel ricco manager, eppure mi ostino a ricamarmi addosso un’identità che sia solo mia, a darmi un nome, a ritenermi diverso e peculiare; ditemi se questa non è pazzia. Facciamo tutti parte di un’energia positiva che percorre il mondo, che è sostanzialmente follia e che chiamiamo “vita”. Forse l’unica occasione per riscattarsi da questo meccanismo è fare a pugni una buona volta con il mostro che ci spia ogni mattino da dietro lo specchio del bagno.